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L’Italia vista coi piedi (e la Svizzera non è affatto verde)

Una rarissima foto a metà del traforo del Gran S. Bernardo

Oh, ho fatto mille kilometri a piedi (ci credevo? Non lo so, ho pensato solo a partire).

In realtà ne abbiamo fatti tutti molti di più, solo che io li metto in fila da un mese e mezzo. E sono arrivato in Svizzera. Forse inizia un altro viaggio, in fondo finora mi sono limitato ad andare a spasso per il mio paese, qualche volta in posti che già conoscevo. Insomma, la lingua, i modi, la geografia, il cibo: tutto è stato parecchio familiare. Non che ora mi trovi in Mongolia, tutt’altro, però quel pizzico di sforzo traduttivo (linguistico, culinario, culturale) andrà fatto e aggiungerà sapore.
Che Italia è stata? Mah, difficile dirlo; banalissima e sorprendente allo stesso tempo, nei miei confronti più curiosa che derisoria, materna e preoccupata, sciocchina direi. E alla fine mi son pure ritrovato in un tg3 regionale (meravigliosi valdostani, ma da quelle parti devono accadere davvero poche cose per issarmi agli onori della cronaca). Italia che sa cos’è la francigena, dove tutti conoscono la casa del parroco e i bar sport sono abituati ai tipi strani (ammesso che qualcuno smetta di lobotomizzarsi davanti alle slot machine e degnare di uno sguardo quell’ometto magro con lo zaino e le bacchette). Dai 18 gradi ai -9, dolce collina, riviera fighetta, pianura stagnante, asperrima montagna (è da quando l’ho imparato che volevo scrivere asperrimo). Anguille, ribollita, focaccia, parmigiano, barbera, fontina e polenta. Ma anche e soprattutto un centinaio di panini al prosciutto e altrettanti tè caldi. Pochi euro per conoscere assai meglio i territori attraversati, i fiumi e le rispettive valli, gli aneddoti, gli orgogli e le frustazioni e confermare, caso mai ce ne fosse bisogno, che quasi nessuno sa esattamente  dov’è Terni (Umbria meridionale ragazzi, Umbria meridionale). C’è poco da fare l’antropologo dilettante, è che ispiro parecchia curiosità e pochissima minaccia, la gente mi chiede, all’inizio perplessa, poi chiama l’amico e gli dice non ci crederai… e spesso sono io che finisco ad ascoltare, chè tutti hanno una storia straordinaria da raccontare e qualche volta  non se ne rendono conto o l’avevano semplicemente dimenticata.

Un sacco di ospiti circa-trentenni semi-laureati che in media vivono da soli ma nel vecchio appartamento della nonna accanto ai genitori con un lavoretto così così e parecchia voglia di cambiare, pigramente su facebook e con la netta sensazione che i conti non tornino. Sale parrocchiali con i cartelloni disegnati dai bambini, palloni, chitarre e foto del vecchio papa. Ostelli con tariffe da alberghi, colazione esclusa e coperte polverose che mi fanno tossire e non scaldano abbastanza (cazzo, comincio a scrivere come Edmondo Berselli).
Nel complesso niente di straordinario insomma, ma composto da tante piccole unità che ero serenamente obbligato a conoscere (questo fa il camminare: ti obbliga a conoscere, gli occhi non possono non vedere, le orecchie non possono non sentire tutte le cose che lentamente ti scorrono accanto). Un’immagine speculare del mio viaggio: tanti piccoli giorni abbastanza ordinari che nel complesso fanno un viaggio, etimologicamente, straordinario.

Bollettino meteo: in Svizzera c’è pochissima neve e non sono sicuro che esista il sole.
Guida spirituale: le bariste.
Frase del giorno: ti ho visto in televisione.
Cose che non ti aspetti: anche gli svizzeri si lamentano dei treni.

La nuova leggenda valdostsana

Cavour chi?

Io adesso li capisco i piemontesi. L’avrei voluta unire anche io l’Italia se fossi stato piemontese e sotto di me ci fosse stato quel guazzabuglio di regni e repubblichette. Perché le Alpi fanno proprio questo effetto. Da lontano sembrano nuvole ma quando ti avvicini, beh quando ti avvicini sono proprio un cancello dorato, una meravigliosa siepe di granito rosa. Non ti passa neanche per il cervello che quello non debba essere il segno di qualcosa: cioè loro ti guardano, autorevoli, paterne, ti dicono: vai tranquillo, qui ci pensiamo noi a fare la guardia, tu divertiti coi piedi a mollo nel Mediterraneo. Insomma, non puoi proprio considerare l’idea che con cotale barriera ci siano ulteriori separazioni giù a Sud, la gente là sotto dovrebbe starsene in pace (e invece, vabbè). Mi fermo qui, chè poi entro in campi che non mi competono e sparo castronerie storiche e la mia mamma mi bacchetta (la mia mamma insegnava Storia, da piccolo essendo a corto di favole mi addormentava con i miti greci, poi ci credo che uno parte a piedi per l’Inghilterra…). Questo per dire che da un po’ di giorni, quando la nebbia me lo concede, faccio dei lunghi faccia a faccia con le Alpi e rimango incantato a guardarle e mi domando come mai farò a passarle, come mai chiunque possa anche solo pensare di passarle. Ah, domani seguo la Dora Baltea (sì, sto imparando i fiumi italiani, fa molto figo) ed entro in Val d’Aosta. Son partito da Terni, a piedi, per chi non lo sapesse.

Stasera dormo dall’ultimo couchsurfer italiano (nei boschi vicino a Ivrea), poi mi aspettano ostelli e amici di amici e polenta fino al confine. Ecco, CouchSurfing. CouchSurfing salverà il mondo. Dovrebbero dargli il nobel per la pace a chi l’ha inventato. Finora ho sempre dormito in posti bellissimi, ascoltato storie interessanti e conosciuto persone simpatiche. SEMPRE. Lo so, l’ho già detto ma voglio ripetermi: fotografi, insegnanti, contadini organici, tour operatori italo-indiani, musicisti giramondo, balestrieri, altri giramondo, sommelier, appassionati delle cose più strane – auto americane, pappagalli o birre belghe. Senza dubbio la cosa migliore del viaggio, e quella che mi da più fiducia per il proseguimento, trovare spiriti affini che mi offrono il divano in cambio della mia storia.

Qualcuno, qualcuno che mi aveva conosciuto prima di partire e mi ha rivisto pochi giorni fa, ha detto che ora ho uno sguardo diverso. Lo stesso che ha visto in altri malati di viaggio. Io non so che dire a riguardo, quello che faccio mi sembra molto normale, ha assunto una quotidianità elementare, non dovremmo stupirci di voler conoscere cose (e persone, le persone cazzo!)  nuove ogni giorno e toccarle con mano. Davvero, avvicinarmi alla Manica 20 km al giorno è quello che faccio adesso, ho iniziato a farlo e ogni mattina mi viene spontaneo continuare. Che sia questo il sintomo della malattia?

Situazione clinica: ho perso un paio di kili, convinto i piedi che le vesciche erano inutili, fatto conoscenza dei miei tendini e delle loro abitudini, coltivato una barba da capretta e lavato i miei tre panni ogni santo giorno. Direi che ci sta, dopo circa 800 km.

Animale guida: nutria e airone
Frase ricorrente: ma non hai freddo?

p.s.: sono un po’ a corto di connessioni veloci per cui rimando l’upload di altri video e foto, spero di rimediare presto.
p.p.s.: se siete di Milano, o Genova, o Torino, o dei dintorni di queste città, o di qualunque altro posto, forse volete dare un’occhiata a questo: GeMiTo. Anche qui.

Tutta piana fino ad Aosta

Mi sveglio presto al mattino. Sogno poco. Ricompongo minuziosamente lo zaino, ormai viene tutto automatico, ogni cosa ha trovato il suo giusto assetto e ci va a pennello. Mangio qualcosa. Allaccio bene le scarpe, riempio la borraccia, chiudo la giacca, una rapida occhiata indietro ed esco rapidamente. Mai un dubbio, mai un ripensamento. Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo.

La Toscana pareva non finire più, l’Emilia è già praticamente finita, insieme agli Appennini. 550km vuol dire un quarto del viaggio, vuol dire un mese di cammino. Le giornate durano tantissimo, ma la partenza continua a sembrarmi l’altroieri.

A Sarzana sono entrato in un ipercoop: mi scoppiavano le orecchie  bruciavano gli occhi e giravano i coglioni dopo meno di un minuto. Buon segno, vuol dire che mi sono talmente abituato ad altri ritmi e che un supermercato è già più ostico di quanto non lo fosse prima. I miei luoghi ora sono le strade, i baretti di paese, le parrocchie, le case degli ospiti e i loro divani-letto. Qualunque cosa di più luminoso e/o rumoroso e/o affollato mi dà il voltastomaco.

La programmazione si va via via allentando e il viaggio si adatta a se stesso ed alle nuove imprevedibili esigenze; dà un senso di libertà che mancava e anche i tendini se ne accorgono nonostante il tanto asfalto.

Tra poco pausa.

Animale guida: tartaruga.

Sacro Graal: doccia calda.

Guadagnarsi la pagnotta (e lo spumante)

p.s.: purtroppo non si vede nel video, ma subito dopo aver sbucciato quella pera abbiamo fatto pausa. Con un bicchierino di Passito di Samos. Sono le 10:30 del mattino: la faccenda si fa interessante.

Le nuvole bagnano

Versilia ingrata

p.s.: tra l’altro, se vi sembra notevole quello che sto facendo, beh date un’occhiata a quello che ha fatto nel 1999 il vicino di casa del mio ospite di Sarzana e dovrete rivedere il vostro concetto di incredibile: gli autonauti

…en suivant les chemins qui n’mènent pas à Rome

Lo scirocco ha sciolto tutta la neve in un paio di giorni, capovolto il termometro e irritato parecchio le nuvolacce fredde che non hanno gradito l’intrusione. A me è andata bene: stavo per pubblicare un video dove mi bullavo di essere diventato una sorta di ambasciatore del beltempo, camminavo in maglietta e fischiettavo tra gli ulivi. Il giorno dopo il cielo mi ha punito e rimesso al mio posto di foruncolo dell’universo. I piedi inoltre sono gonfi come zampogne e hanno cominciato ad intonare canti natalizi per conto loro: insomma, ultimamente camminare è una sorta di contrattempo tra un incontro e l’altro, sto adattando il percorso e il programma di marcia in modo da incontrare persone (specialmente couchsurfer) il prima possibile: c’è poco da fare, è garanzia di successo: gente che ti apre la porta e vuole conoscerti, non può fallire. Passare da un frate americano del convento di S. Agostino a una famiglia italo-svizzero-olandese di coltivatori organici diretti e linuxiani alla tribù tosco-pugliese con inserti hindi che mi ha accolto per la vigilia dà tutto il senso di questo mio viaggio. Alla fine basta coprirsi a modo per qualche ora, trovare un angoletto riparato dove fare uno spuntino e in men che non si dica hai una doccia calda, un bicchiere di vino e gente nuova da conoscere (non necessariamente nello stesso tempo). Questa sta diventando la vera motivazione del viaggiare degli ultimi giorni, chè la nebbia e le nuvolacce offuscano la vista e tolgono l’appagamento della conquista visiva, riducono il cammino a mero sforzo fisico. E poi è passata la sbornia di scorci toscani da capogiro, comincio già ad avere appetito di altre geografie (so già che le Apuane e la nebbiosa Padania puniranno questo mio ardire).
Insomma, due settimane son passate veloci ma dense, ho imparato qualcosa, tanto ancora mi manca e temo che il peggio debba ancora arrivare: se i tendini, le articolazioni e soprattutto la testa mi sostengono, spero di poter reggere l’urto.

Ne approfitto infine per ricambiare i tanti auguri ricevuti, dagli ospiti, dagli amici e dai lettori, molti dei quali incontrati durante la preparazione o le prime tappe. In particolare, quelli ricevuti da Ann e dal suo sorprendente pellegrinaggio invernale. Un caloroso abbraccio a tutti quelli che mi hanno aiutato, anche solo con messaggi di sostegno. Io mi sto divertendo, spero siate allegri anche voi.

Buone feste, rigorosamente contromano

p.s.: presto più foto, ma molti meno cipressi!

La francigena sottozero

Guarda Mamma, la neve!

I primi fiocchi coprono il centro Italia e io me la godo. Il freddo mi fa un baffo, in compenso c’è il sole e il panorama è stupendo. Ieri purtroppo primo intoppo fisico semiserio: dopo circa un’ora di cammino da Ponte d’Arbia l’articolazione del ginocchio sinistro ha cominciato a gemere. Nei giorni precedenti vari doloretti mi avevano colpito ma sempre a pochi km dal traguardo, per cui stringevo i denti e tiravo avanti. Ieri ero appena partito e non me la sono sentita di forzare; proprio perché temevo eventi del genere e viste le previsioni meteo, mi ero tenuto sulla Cassia e non avevo preso i sentieri, per cui ho fatto facilmente autostop; per fortuna ho un abbigliamento che mi qualifica come uno sportivo sfigato quindi ho suscitato sufficiente pietà negli automobilisti che mi hanno raccattato subito. Peccato, perchè le colline senesi imbiancate sono uno spettacolo che è bello godere con calma. A Siena sono stato accolto in una simpatica casa di studenti, amici di amici di amici, che mi hanno abbondantemente rifocillato e hanno abbattuto il dolore al ginocchio a suon di ghiaccio, Voltaren e Cabernet. Tra l’altro, non avevo mai visto il Duomo di Siena, e beh, ecco, come dire… ci son rimasto impalato davanti mezz’ora a contare i gargoyle. I toscani se la tirano ma a volte c’è da capirli, gli è andata proprio bene nell’assegnazione delle fette d’Italia.

Finora le persone incontrate e le chiacchiere e il calore giustificano ampiamente la fatica, ancor più dei panorami e della bellezza dei luoghi. Qui a Monteriggioni mi hanno accompagnato nei sentieri da dove la vista sulla Camelot de noantri si gode meglio, figuratevi col contorno di neve. Insomma, viaggio pieno di sorprese, soste da persone che vien voglia di restare a conoscere meglio, come il super parroco di San Quirico d’Orcia che mi mandava a comprargli le lucky strike prima della novena.

Intanto sono finalmente riuscito a mettere online un po’ di ridicoli video, tanto per farvi capire quanto tempo ho da perdere:





Su di noi, nemmeno una nuvola (o Che fine ha fatto il riscaldamento globale?)

Cominciamo con le buone notizie: lo zaino non mi pesa, non ha ancora piovuto e l’Inter è passata agli ottavi di Champions.
Le cattive: star da soli la sera fa schifo, i tendini mi si infiammano facilmente (per fortuna a turno, oggi poi che mi sono forzato a bere come un cammello è andata meglio), le vesciche spuntano come funghetti, spesso i posti dove dormo non sono granché caldi,  e soprattutto mi si è rotta la zip della felpa. Ma la vera tragedia è un’altra; la sera sono costretto a fare una cosa che ho sempre aberrato: vado in giro con i sandali… e i calzini…

Settimo giorno di cammino, San Quirico d’Orcia (la Val d’Orcia? Grazie, o savie genti tosche, grazie). Una settimana se n’è andata che mi pare ancora di starmi ad allacciare le scarpe a Terni. Morale sulle montagne russe: passo da titanismo sguaiato a stati di timore e scoramento infantile; la costante è il cammino, l’atto del camminare intendo. Camminare mitiga. Col freddo, col caldo, in salita, in discesa: alla fin fine tutto ruota intorno a quell’atto che si prende tutto il corpo in braccio, detta il ritmo al sangue, al respiro e al cervello e non c’è modo di stonare. Stamane (sì, parlo toscano) per esempio ero in piena ansia sismica (Radicofani pare un paesino fatto apposta per crollare, accocuzzolato com’è sulla montagna) e mi son messo in marcia alle 7 del mattino da 890 metri; risultato: mi cadevano le dita delle mani dal freddo ma la paranoia era sparita e ridevo in faccia al bianco Monte Amiata (che non ricambiava, anzi, credo mi mostrasse le terga). Nota di colore: durante la colazione al bar sono entrati due tipi; il primo si è sparato mezz’ora di slot machine, il secondo un grappino. Alle sette meno un quarto del mattino. Ah, la vita di paese…

Il freddo, come previsto, non è un grosso problema, la stufa del corpo si attiva dopo meno di mezz’ora di marcia e scalda che è una meraviglia. Ed è bello incontrare genti che sanno cos’è la Francigena e conoscono le esigenze di chi la percorre.
Per quanto riguarda il percorso, più asfalto che sentiero: da una parte riduce le distanze e le possibilità di sbagliare strada; dall’altra aumenta la compagnia delle macchine (che comunque si scansano manco avessi la lebbra) e l’infiammazione dei tendini. Per questi primi giorni, ne preferisco i pregi (e se sei stanco, anche la compagnia delle macchine diventa tale).

Presto nuove foto e qualche umiliante video.

Inconvenienti non considerati #1: cani pastore, vento e terremoti.
Frase ricorrente #2: ma la Manica la fai a nuoto?
Animale guida #2: anguilla