Tre mesi e una settimana (sono arrivato)

Terni 10 dicembre 2009 – Cambridge 17 marzo 2010

Novantasette giorni (altro che quattroventidiciasette)

Tre mesi e un giorno

Terni 10 dicembre 2009 - Canterbury 11 marzo 2010

La francigena finisce (o comincia) qui. Io già che ci sono ci aggiungo altri 160km, ché la mia vera mèta è un po’ più sù.

Tre mesi

Oceano

Terni 10 dicembre 2009 - Calais 10 marzo 2010

7,3 km/h

Voglia di arrivare. Stanchezza, curiosità inglese, ingordigia. I piedi (o qualunque cosa siano diventate quelle due patate bitorzolute attaccate alle caviglie) e le gambe sono ormai insensibili alla fatica e alla bellezza (o alla bruttezza, dipende). Raddrizzo sempre di più la strada, vado più veloce e salto le tappe previste. Se tutto va bene DOPODOMANI sono a Calais e lascio la Francia e il continente. Da quattro-cinque giorni neanche i luoghi che attraverso mi stimolano a rallentare (eccezion fatta per la cricca di Arras): campi insignificanti, paesini poverelli e bruttini abitati dai nipoti disoccupati dei minatori, cimiteri dei soldati del Commonwelth ogni dieci kilometri. In compenso il tempo é semplicemente perfetto: nuvolette e schiarite, freddo secco, vento alle spalle. Cuffie, play e via andare, poche foto, poche chiacchiere; neanche la pausa té, ché la Francia m’é costata il doppio dell’Italia (ci ho provato a spiegare la politica italiana ai francesi. Si stupiscono, faticano a crederci e, per solidarietà, si lamentano di Sarkozy).

Per il resto mi sono limitato a seguire quel simpatico cane senza testa: mi ha raccontato di una vecchia rissa a Praga, della sua vita che é un maglione, di quando ha intervistato Dario Fo suonando un ukulele con tre corde e contando dieci pallottole; ha anche recitato in endecasillabi, interrotto dalle risate del Drugo (a quantità infinite), dai CSI, da De Dregori, Capossela, da un Mozart stranamente stonato che canta Summertime e parecchie altre meravigliose voci fuori dal coro. In una parola, radiocontromano. Grazie.

Top animaletto

La malinconia la portavano i fiumi.
Non lo sapevo, ma il punto finora più duro del viaggio é stato quello dove i fiumi smettono di colare nel Mediterraneo. Mi hanno spiegato che ho passato il crinale dove i corsi d’acqua cominciano a scorrere verso la Senna, che va a dissetare l’Atlantico, e non più nel Rodano, che accarezza Marsiglia e si tuffa nelle calde acque Mediterranee. Insomma, dopo le Alpi, pure questo ulteriore simbolico ostacolo geografico mi separa ulteriormente dall’italico mare; buffo che a parlarne tanto sia un abitante dell’unica regione della penisola senza coste.

Ho dovuto riempirmi le orecchie di musica, cosa che non avevo fatto per 1300km, tanto erano monotoni e indifferenti gli spazi rettilinei che calpestavo. Purtroppo solo oggi a Reims sono riuscito a scaricare i meravigliosi brani di Radiocontromano, ma meglio cosi, chè da domani danno pioggia e ne avro’ un gran bisogno (un ringraziamento speciale a Patrick, un couchsurfer da fargli una statua, che tra le altre mille cose mi ha concesso due giorni di computer per recuperare tutta la burocrazia informatica: camminare non è mai stato cosi digitale).

Il tempo é cambiato. Non fa più freddo; questo vuol dire che se i bar sono chiusi, io ci rimango sempre male ma almeno mi ci posso sedere davanti a mangiare il mio panino all’aperto senza rischio di congelare. E il cielo è grigio, il che é un bel cambiamento: non è più quella cupola bianco-sporca bassa identica compatta e senza speranza. Ora é grigio, di tanti grigi diversi, nuvole di forme da indovinare e cumuli in movimento; poi qualche volta se ne strappa pure un brandello e Modugno comincia a farsi sentire.

Cosi, presa la rincorsa sul viadotto di Chaumont, son passato a fare un saluto a De Gaulle e da li partito in sella ad un tappo di champagne poco frizzante che ha sbattuto sulla cattedrale; da lassù si vede bene: il paesaggio è ancora eminentemente agricolo ma i campi sono più verdi (forse lo erano pure sotto la neve), i villaggi più frequenti e le strade più facili.
Le scarpe continuano a distruggersi, ma non ho il cuore di abbandonarle, si meritano di arrivare a destinazione e morire gloriosamente in terra inglese. La terra dove la mia méta è tornata a fare la méta appunto, dopo una breve visita francese che se da una parte mi ha rimesso al mondo dall’altra mi ha fatto sentire tutta l’assurdità di starle ancora a lungo lontano; questo e la fatica e l’inverno e i cetrioli nei panini mi hanno convinto a rivedere il percorso, sfrondarlo di alcune tappe inutili, allungarne delle altre e insomma accelerare il passo e abbreviare un poco il tragitto per arrivare prima possibile a Calais, dare il cinque a Chauser, saltare il Tamigi con una capriola e correre a Cambridge a mangiare fudge fino a scoppiare. Tanto qui la Francigena non sanno neanche cosa sia, io dico una roba tipo Santiago e loro annuiscono soddisfatti e fanno bon courage (che è un augurio bellissimo e intraducibile). E poi oramai posso programmare di meno, riesco sempre a trovare una soluzione per la notte, le giornate si allungano e le gambe tengono bene.

Ma si, domani Piccardia, tredicesima regione europea attraversata. Son cose (cit.).

Animale guida: tacchino (ovviamente)
Cose tornate utili: campanile
Cose tornate inutili: guanti
Frase del giorno: gradisce del burro col formaggio?

Senza parole (le lascio a voi)

Appena avrò tempo (no, quello ce l’ho, è internet che mi manca) cercherò di rispondere a tutti e tutti ringraziarvi di cuore. Oltre alla vostra inondazione d’affetto e incoraggiamento sono successe un altro paio di cose: ieri evidentemente il distributore di nuvole francese si è inceppato e gli è scappata una giornata di sole (subito rimediata dalla pioggia di stamane). Inoltre la mia mèta si avvicina, letteralmente; camminerà con me per qualche giorno. Come già scritto mesi fa, quando c’è lei va tutto bene.
Insomma, tre eventi che mi hanno dato una spinta enorme, anche troppa. A me piace lamentarmi, mi sfoga. E il viaggio mi aveva viziato, era andato tutto troppo bene finora, avevo abbassato le difese diciamo. Il mio era uno sbotto di frustrazione nei confronti di una zona geografica patricolarmente inospitale. Che mi ha fatto capire che in realtà la cosa che temo di più, è proprio mollare.

Ogni volta che arrivo alla mia destinazione quotidiana scatto una foto al cartelli d’ingresso della città. L’altroieri, alla fine della tappa successiva allo sfogo, ho scattato la mia solita foto e mi sono reso conto che quella che scatterò al cartello di Cambridge sarà in assoluto la più bella della mia vita.

Per finire, come se non bastassero i vosti messaggi, un poco di sole e la più preziosa delle compagnie, ecco che quest’uomo meraviglioso mi regala una delle cose più belle che questo viaggio potesse riservarmi; sarà un poco complicato scaricare i materiali e metterli sull’ipod, ma troverò il modo, lo troverò sicuramente. Grazie Giovanni, e grazie a tutti quelli che hanno già spedito qualcosa. Ho ancora tanta Francia per ascoltarvi e volervi bene a tutti. Ho poco tempo, vorrei dirvi di più ma la connessione da questa biblioteca sta per scadere e non ho più parole, davvero.

Neanche un prete per chiacchierar

A me non sono mai piaciute le scommesse e l’agonismo. Da piccolo mi prendevano cistiti isteriche prima delle gare di nuoto e, da adolescente, il mister mi teneva fisso in panchina perché, benchè capace con la palla tra i piedi, non avevo la necessaria cattiveria sportiva in campo.

Quando scrivo i miei post, al calduccio dopo la doccia e la merenda, spesso con una tazza di té davanti allo schermo, sono di buon umore; o quanto meno sono di umore migliore di poche ore prima: magari in mezzo al vento e alla neve, sul bordo di una strada trafficata con le spalle indolenzite, gli alluci umidi e parecchi dubbi in testa. E ci sta, è facile indulgere all'(auto)ironia e alla battuta quando il peggio è passato e si è conquistata la mèta. Oggi per una volta, nonostante doccia merenda e pennicchella, ho deciso di riprendere il tono dei pensieri del frustrante cammino.
Questa parte di Francia, il dipartimento di Haute-Saône in particolare, e quella che seguirà a breve, sono delle distese infinite di campi, inframezzate da routes departementales (le nostre provinciali) lunghe, dritte, percorse soprattutto da camion e spruzzate da una miriade di paesini fantasma: villaggi-dormitorio deserti, chiesa e comune chiusi, strade vuote, mai un bar, raramente uno sgabuzzino riadattato a boulangerie. La morte civile. Quando chiedo spiegazioni ai pochi umani che incontro, sempre cortesi e gentili, ricevo spallucce e vaghe spiegazioni deluse accompagnate da sguardi di pietà per l’ingenuo forestiero. Chiedere di un bar qui é come chiedere in Italia di un lavatoio o di una cabina telefonica: cose del passato, “eh signora mia, una volta c’erano dappertutto”. Finora persino il più piccolo e sperduto paesino italiano incontrato aveva l’intramontabile bar sport; oggi, attaccato alla bachecha del municipio (chiuso) di un paese francese, ho visto un volantino che pubblicizzava dei corsi di  Shiatsu; ci sono corsi di Shiatsu ma non c’è il bar. Shiatsu. Bar. Mi domando in cosa consista la vita sociale di questa gente, per fortuna che la televisione francese è di buona qualità e la wii costa poco. L’altroieri una santa donna m’ha offerto una cioccolata in casa sua, ma non è sempre cosi.
Rattristati dal quadretto? Ecco, aggiungeteci neve, vento e nebbia, un’intera regione bianca e bagnata, manco una panchina asciutta per riposarsi e le ferie invernali delle scuole francesi. Più le previsioni meteo che parlano di settimane ancora uguali.
Finora la prima soluzione adottata è stato un parziale accorciamento delle tappe e una deviazione verso cittadine più popolose: ciò implica comunque lunghe marce ai bordi di strade provinciali, faticose tirate senza pause per non raffreddarsi (il bar mi serve a questo, a poter fare una pausa di mezz’ora al caldo, mica a giocare la schedina), cappuccio ben chiuso e conseguente visuale ridotta ai due metri davanti ai piedi. Si, esatto, una merda. Io lo dicevo a quelli che incontravo: guardate che finora è stato facile, per come la faccio io la francigena, possono farla tutti.
Vista la nuova situazione, che fare?

L’orgoglio è un’altra dote in cui scarseggio, preferisco la cocciutaggine. Le tappe di questi giorni somigliano sempre più a delle gare atletiche, peggio, a degli allenamenti solitari: tanto sforzo, poco appagamento umano o estetico e conquiste intangibili tanto si somigliano le une alle altre. L’Italia variava più spesso, la Svizzera è stata breve.
Io, nonostante tutto,  credo di dover continuare per il piccolo Paolo che piangeva in accappatoio negli spogliatoi e per quello un po’ più alto che si mangiava dei gran gol nel campetto sterrato dell’antistadio (e perché ne ho mollate troppe incomplete). Perchè sarà indescrivibimente bello riuscirci e per cento altri motivi. Ma a queste condizioni sono disposto a insistere ancora per poco; perché se c’è una cosa che questo viaggio non deve diventare, è il sacrificio; in questa certezza c’è tutta la laicità della mia avventura. Lo sforzo dovrebbe sempre essere accompagnato dalla bellezza, dal piacere, dallo scambio. Non è turismo né vacanza, ma neanche autoflagellazione. Per spostare lo zaino di 20km al giorno basta un autobus.

Insomma, lo sapevo che la Francia sarebbe stata dura, ma è sempre altra cosa pensarlo sorvolandola su Google Maps e ritrovarsi nelle sue più desolate regioni. Nelle ultime due settimane ho visto una sola giornata di sole; anche quello aiuterebbe, chè, strano a dirlo, non basta tutta la fantasia del mondo a immaginarsi un cielo azzurro sopra le nubi. E noi altri gente mediterranea non ne abbiamo bisogno.

Ah, ho bruciato un paio di calzini sulla stufa e perso lo spazzolino da denti.