la francigena contromano

Addio ai monti

7 febbraio 2010 · 6 commenti

Le idee migliori su come scrivere un post mi vengono, ovviamente, mentre cammino. E ogni volta, puntualmente, mi dico che è inutile segnarmele, che me le ricorderò al momento della scrittua. Non me le ricordo mai. Sappiate quindi che il blog che leggete è molto meno brillante di quello che ho in mente mentre cammino. Peggio per voi, potevate venire con me.

La Svizzera è piccola.  È finita subito. Da Sainte Croix, in cima allo Jura, si vedono le Alpi e sono parecchio vicine. Ecco, aggrappata a queste due catene montuose e spalmata nel poco piano rimasto in mezzo, ci sta la Svizzera, il buco con l’Europa intorno (mi rifiuto di credere di averla inventata io questa definizione). Ora che son tornato in zona euro mi manca già un po’, proprio quando cominciavo a imparare a distinguere le loro monetine (ma colorarle diversamente no eh?). Gli ultimi elvetici conosciuti sono stati ospiti stupendi (meno timidi e più aperti), sono tutti parecchio presi dal dibattito sull’identità nazionale, sul futuro incerto e sul rapporto con noialtri europeani. Hanno un paese meraviglioso e mi hanno lasciato una gran voglia di tornare a conoscerlo meglio.

[nota: se sono parco di dettagli turistici è perché ritengo che il mondo, e internet soprattutto, sia stracolmo di guide specializzate. Non è questo lo scopo del blog, poi magari un elenco dei posti più belli ve lo faccio alla fine. E sarà sempre e comunque parziale, dal momento che - metereopatico come sono - posti bellissimi mi son parsi mediocri sotto le nuvole e angoli apparentemente insignificanti risultavano gloriosi se scaldati dal sole. Stesso discorso per le fotografie.]

L’ingresso in Francia è stato decisamente sgradevole: nessun cartello da fotografare vittorioso, nessun gendarme con cui fare battute; in compenso nevicava a dirotto e nelle mie scarpe si stavano sviluppando forme di vita marina ancora sconosciute. Ci sono rimasto malissimo quando ho  deciso di fare autostop: é sempre una delusione e una perdita e sebbene fossero pochi kilometri, per di più di strada nazionale trafficata, mi han lasciato l’amaro in bocca fino a oggi. Fino a quando insomma non sto per rimettermi in cammino. Il meteo prevede nebbia e cielo coperto per una settimana (italiani, non date mai, MAI, per scontato un cielo azzurro) ma poche precipitazioni, per cui rimando eventuali provvedimenti per le calzature che, poverine, non sono fatte esattamente per calpestare 20cm di neve semisciolta.

La sbornia di CouchSurfing è purtroppo finita, qui in Francia troverò ospiti con questo sistema solo nelle poche grandi città, mentre nella stragrande maggioranza dei villaggi dovrò improvvisare, non essendoci strutture “francigene” diffuse e organizzate come in Italia. Speriamo bene. Potrei anche faticare a trovare internet per un po’, vi saluto e vado a scoprire un poco di Francia, lasciandomi finalmente alle spalle le montagne (e comunque finora la tappa più faticosa rimane quella della piccola Radicofani).

Chiudo segnalando alcuni contributi che la blogosfera italiana mi ha finora dedicato e che mi hanno dato più spinta e coraggio di un panino al salame o una strada in discesa (non me ne vogliano gli altri, ma l’ultimo è senza dubbio il mio preferito):

Off he goes
Come attraversare l’Europa a piedi e raccontarlo su Twitter
Duemiladuecento kilometri via web
Distanti saluti
You’ll never walk alone

Animale guida: gatto e corvo
Vincitore del concorso “oggetto inutile”: occhiali da sole; ovvio, cammino sempre verso nord-ovest.
Aneddoto del giorno: dicono che durante viaggi del genere il corpo perde il peso dello zaino; il cervello tenderebbe cioè a recuperare l’equilibrio originale, annullando il nuovo peso in eccesso; se io perdo i kili del mio zaino, una volta a Calais basterà infilarmi in una busta e spedirmi a Cambridge per posta.

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Altro che quattroventidiciasette…

1 febbraio 2010 · 14 commenti

L’altro giorno, mentre riparavo l’orologio col mio coltellino multiuso mangiando cioccolata e fontina, discutevo con un pastore incontrato per strada della falsità dei luoghi comuni. Egli sosteneva che gli svizzeri non sono affatto come li dipingono. Ed aveva ragione. Sono più bassi.

Scherzi a parte, finora l’ospitalità elvetica è stata  premurosa ma a diesel. Gli svizzeri sono abituati a freddo per cui, con rare eccezioni, faticano a rompere il ghiaccio. Ci stanno bene, loro, nel ghiaccio. Mi guardano fissi e non dicono niente. Al che io parto, forte del mio ritrovato francese,  coi discorsi sul meteo sfavorevole, il governo ladro e il campionato falsato. Insomma tutto il repertorio dei convenevoli più consolidati. L’elvetico ospite allora si impetosisce, abbassa la guardia e si comincia amabilmente a chiacchierare e spettegolare dei rispettivi paesi. Gli svizzeri, i francofoni almeno, del loro si lamentano. L’erba del vicino… vabbè. Finora i miei ospiti sono i soliti quasi-trentenni semi-laureati di cui sopra, con la sola eccezione che l’appartamento in cui vivono non è dei nonni, hanno un buon lavoro, se la passano bene e vanno la domenica a ciaspolare vestiti di tutto punto. Come se non bastasse, l’eroe nazionale continua a frantumare record tennistici come fossero castelli di sabbia. Insomma, freddini e grigetti all’inizio, basso profilo, scopri poi che ne hanno da raccontare. Lo sapevate che sono razzisti nei confronti dei tedeschi? Ah, gli scherzi della storia….
(In ogni caso gli svizzeri meritano tutto il mio rispetto solo per il fatto di aver bellamente corretto il più illogico e idiota malcostume della lingua francese, quello che obbliga a complicati calcoli per cifre banalissime: per dire “97″, ad esempio, non dicono, come i ridicoli galletti: quatre-vingt-dix-sept; ma, grazie al cielo, nonante-sept. Semplice ed efficace. Per niente francese, insomma).

Finito l’imbarazzante resoconto etnografico, torniamo al solito capitolo: elogio del camminare. Ultima scoperta in fatto di pregi del passeggiarsela a lungo è un prodigioso miglioramento della memoria. Le giornate sono talmente lente e le occupazione talmente poche che ogni gesto è compiuto nella massima consapevolezza e presenza, i dettagli delle giornate sono percepiti con tanta accuratezza che si fissano naturalmente nella memoria: io ricordo perfettamente cosa e dove ho mangiato a pranzo il 28 dicembre, dov’ero all’ora del tramonto del 4 gennaio o com’era il materasso su cui ho dormito il quarto giorno di viaggio. Mica male, no?

Domani raggiungo il 1100° km, la metà del viaggio. Sono stanchino.

bollettino tecnico: mi si sono bucate le scarpe.
bollettino meteo: fa un freddo cane anche a mezzogiorno, il sole non sa neanche dove sia la Svizzera, nevica ogni giorno e c’è ghiaccio dappertutto. E devo ancora attraversare la zona più gelida, meglio nota col simpatico appellattivo di “piccola Siberia”
frase del giorno: “scusi, per la parrocchia?”, “Quale, cattolica o protestante?”
animale guida: furetto e cigno
consiglio del giorno: mio cugino ha scritto il suo secondo libro. Compratelo, fidatevi.

ah, ci sono anche nuovi video!

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L’Italia vista coi piedi (e la Svizzera non è affatto verde)

27 gennaio 2010 · 9 commenti

Una rarissima foto a metà del traforo del Gran S. Bernardo

Oh, ho fatto mille kilometri a piedi (ci credevo? Non lo so, ho pensato solo a partire).

In realtà ne abbiamo fatti tutti molti di più, solo che io li metto in fila da un mese e mezzo. E sono arrivato in Svizzera. Forse inizia un altro viaggio, in fondo finora mi sono limitato ad andare a spasso per il mio paese, qualche volta in posti che già conoscevo. Insomma, la lingua, i modi, la geografia, il cibo: tutto è stato parecchio familiare. Non che ora mi trovi in Mongolia, tutt’altro, però quel pizzico di sforzo traduttivo (linguistico, culinario, culturale) andrà fatto e aggiungerà sapore.
Che Italia è stata? Mah, difficile dirlo; banalissima e sorprendente allo stesso tempo, nei miei confronti più curiosa che derisoria, materna e preoccupata, sciocchina direi. E alla fine mi son pure ritrovato in un tg3 regionale (meravigliosi valdostani, ma da quelle parti devono accadere davvero poche cose per issarmi agli onori della cronaca). Italia che sa cos’è la francigena, dove tutti conoscono la casa del parroco e i bar sport sono abituati ai tipi strani (ammesso che qualcuno smetta di lobotomizzarsi davanti alle slot machine e degnare di uno sguardo quell’ometto magro con lo zaino e le bacchette). Dai 18 gradi ai -9, dolce collina, riviera fighetta, pianura stagnante, asperrima montagna (è da quando l’ho imparato che volevo scrivere asperrimo). Anguille, ribollita, focaccia, parmigiano, barbera, fontina e polenta. Ma anche e soprattutto un centinaio di panini al prosciutto e altrettanti tè caldi. Pochi euro per conoscere assai meglio i territori attraversati, i fiumi e le rispettive valli, gli aneddoti, gli orgogli e le frustazioni e confermare, caso mai ce ne fosse bisogno, che quasi nessuno sa esattamente  dov’è Terni (Umbria meridionale ragazzi, Umbria meridionale). C’è poco da fare l’antropologo dilettante, è che ispiro parecchia curiosità e pochissima minaccia, la gente mi chiede, all’inizio perplessa, poi chiama l’amico e gli dice non ci crederai… e spesso sono io che finisco ad ascoltare, chè tutti hanno una storia straordinaria da raccontare e qualche volta  non se ne rendono conto o l’avevano semplicemente dimenticata.

Un sacco di ospiti circa-trentenni semi-laureati che in media vivono da soli ma nel vecchio appartamento della nonna accanto ai genitori con un lavoretto così così e parecchia voglia di cambiare, pigramente su facebook e con la netta sensazione che i conti non tornino. Sale parrocchiali con i cartelloni disegnati dai bambini, palloni, chitarre e foto del vecchio papa. Ostelli con tariffe da alberghi, colazione esclusa e coperte polverose che mi fanno tossire e non scaldano abbastanza (cazzo, comincio a scrivere come Edmondo Berselli).
Nel complesso niente di straordinario insomma, ma composto da tante piccole unità che ero serenamente obbligato a conoscere (questo fa il camminare: ti obbliga a conoscere, gli occhi non possono non vedere, le orecchie non possono non sentire tutte le cose che lentamente ti scorrono accanto). Un’immagine speculare del mio viaggio: tanti piccoli giorni abbastanza ordinari che nel complesso fanno un viaggio, etimologicamente, straordinario.

Bollettino meteo: in Svizzera c’è pochissima neve e non sono sicuro che esista il sole.
Guida spirituale: le bariste.
Frase del giorno: ti ho visto in televisione.
Cose che non ti aspetti: anche gli svizzeri si lamentano dei treni.

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La nuova leggenda valdostsana

24 gennaio 2010 · 4 commenti

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Cavour chi?

18 gennaio 2010 · 11 commenti

Io adesso li capisco i piemontesi. L’avrei voluta unire anche io l’Italia se fossi stato piemontese e sotto di me ci fosse stato quel guazzabuglio di regni e repubblichette. Perché le Alpi fanno proprio questo effetto. Da lontano sembrano nuvole ma quando ti avvicini, beh quando ti avvicini sono proprio un cancello dorato, una meravigliosa siepe di granito rosa. Non ti passa neanche per il cervello che quello non debba essere il segno di qualcosa: cioè loro ti guardano, autorevoli, paterne, ti dicono: vai tranquillo, qui ci pensiamo noi a fare la guardia, tu divertiti coi piedi a mollo nel Mediterraneo. Insomma, non puoi proprio considerare l’idea che con cotale barriera ci siano ulteriori separazioni giù a Sud, la gente là sotto dovrebbe starsene in pace (e invece, vabbè). Mi fermo qui, chè poi entro in campi che non mi competono e sparo castronerie storiche e la mia mamma mi bacchetta (la mia mamma insegnava Storia, da piccolo essendo a corto di favole mi addormentava con i miti greci, poi ci credo che uno parte a piedi per l’Inghilterra…). Questo per dire che da un po’ di giorni, quando la nebbia me lo concede, faccio dei lunghi faccia a faccia con le Alpi e rimango incantato a guardarle e mi domando come mai farò a passarle, come mai chiunque possa anche solo pensare di passarle. Ah, domani seguo la Dora Baltea (sì, sto imparando i fiumi italiani, fa molto figo) ed entro in Val d’Aosta. Son partito da Terni, a piedi, per chi non lo sapesse.

Stasera dormo dall’ultimo couchsurfer italiano (nei boschi vicino a Ivrea), poi mi aspettano ostelli e amici di amici e polenta fino al confine. Ecco, CouchSurfing. CouchSurfing salverà il mondo. Dovrebbero dargli il nobel per la pace a chi l’ha inventato. Finora ho sempre dormito in posti bellissimi, ascoltato storie interessanti e conosciuto persone simpatiche. SEMPRE. Lo so, l’ho già detto ma voglio ripetermi: fotografi, insegnanti, contadini organici, tour operatori italo-indiani, musicisti giramondo, balestrieri, altri giramondo, sommelier, appassionati delle cose più strane - auto americane, pappagalli o birre belghe. Senza dubbio la cosa migliore del viaggio, e quella che mi da più fiducia per il proseguimento, trovare spiriti affini che mi offrono il divano in cambio della mia storia.

Qualcuno, qualcuno che mi aveva conosciuto prima di partire e mi ha rivisto pochi giorni fa, ha detto che ora ho uno sguardo diverso. Lo stesso che ha visto in altri malati di viaggio. Io non so che dire a riguardo, quello che faccio mi sembra molto normale, ha assunto una quotidianità elementare, non dovremmo stupirci di voler conoscere cose (e persone, le persone cazzo!)  nuove ogni giorno e toccarle con mano. Davvero, avvicinarmi alla Manica 20 km al giorno è quello che faccio adesso, ho iniziato a farlo e ogni mattina mi viene spontaneo continuare. Che sia questo il sintomo della malattia?

Situazione clinica: ho perso un paio di kili, convinto i piedi che le vesciche erano inutili, fatto conoscenza dei miei tendini e delle loro abitudini, coltivato una barba da capretta e lavato i miei tre panni ogni santo giorno. Direi che ci sta, dopo circa 800 km.

Animale guida: nutria e airone
Frase ricorrente: ma non hai freddo?

p.s.: sono un po’ a corto di connessioni veloci per cui rimando l’upload di altri video e foto, spero di rimediare presto.
p.p.s.: se siete di Milano, o Genova, o Torino, o dei dintorni di queste città, o di qualunque altro posto, forse volete dare un’occhiata a questo: GeMiTo. Anche qui.

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Tutta piana fino ad Aosta

7 gennaio 2010 · 12 commenti

Mi sveglio presto al mattino. Sogno poco. Ricompongo minuziosamente lo zaino, ormai viene tutto automatico, ogni cosa ha trovato il suo giusto assetto e ci va a pennello. Mangio qualcosa. Allaccio bene le scarpe, riempio la borraccia, chiudo la giacca, una rapida occhiata indietro ed esco rapidamente. Mai un dubbio, mai un ripensamento. Al mattino inizio sempre a camminare con una determinazione di cui ignoro la provenienza. Credo sia il risultato, i mille risultati quotidiani. Oggi arrivo a Bolsena, oggi arrivo a Lucca, oggi arrivo ad Aulla. Arrivo a quel tornante e mi fermo, continuo fino a quella curva e faccio pausa, oltre il ponte c’è un paese. Guadagno un metro in più di mondo ad ogni passo: è l’attività più soddisfacente possibile, la più ricca di realizzazioni. 500 km sono niente, è arrivare in cima alla salita che conta, raggiungere il prossimo bar, il bivio con la provinciale. Se ogni giorno mi chiedessi quanto manca all’Inghilterra probabilmente non mi alzerei neanche dal letto. E invece è un viaggio diverso ogni giorno, un ospite diverso ogni giorno, un dialetto diverso ogni settimana, un cibo diverso, un panorama diverso. E ogni giorno hai combinato qualcosa, qualcosa che dà senso a quel giorno e cosa ancor più importante, lo dà anche a quello successivo.

La Toscana pareva non finire più, l’Emilia è già praticamente finita, insieme agli Appennini. 550km vuol dire un quarto del viaggio, vuol dire un mese di cammino. Le giornate durano tantissimo, ma la partenza continua a sembrarmi l’altroieri.

A Sarzana sono entrato in un ipercoop: mi scoppiavano le orecchie  bruciavano gli occhi e giravano i coglioni dopo meno di un minuto. Buon segno, vuol dire che mi sono talmente abituato ad altri ritmi e che un supermercato è già più ostico di quanto non lo fosse prima. I miei luoghi ora sono le strade, i baretti di paese, le parrocchie, le case degli ospiti e i loro divani-letto. Qualunque cosa di più luminoso e/o rumoroso e/o affollato mi dà il voltastomaco.

La programmazione si va via via allentando e il viaggio si adatta a se stesso ed alle nuove imprevedibili esigenze; dà un senso di libertà che mancava e anche i tendini se ne accorgono nonostante il tanto asfalto.

Tra poco pausa.

Animale guida: tartaruga.

Sacro Graal: doccia calda.

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Felice anno nuovo gente

1 gennaio 2010 · 10 commenti

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Guadagnarsi la pagnotta (e lo spumante)

31 dicembre 2009 · 5 commenti

p.s.: purtroppo non si vede nel video, ma subito dopo aver sbucciato quella pera abbiamo fatto pausa. Con un bicchierino di Passito di Samos. Sono le 10:30 del mattino: la faccenda si fa interessante.

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Le nuvole bagnano

30 dicembre 2009 · 1 commento

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Versilia ingrata

28 dicembre 2009 · 5 commenti

p.s.: tra l’altro, se vi sembra notevole quello che sto facendo, beh date un’occhiata a quello che ha fatto nel 1999 il vicino di casa del mio ospite di Sarzana e dovrete rivedere il vostro concetto di incredibile: gli autonauti

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